Il giro d’Italia

Aprile 20, 2008

 

di giuliotraversi

S’era fatto comprare una bicicletta col manico curvo, e decise di allenarsi in quella maniera e non ci voleva pensare alle cose di famiglia, agli affari loschi e alla vita camorristica.

La strada larga e pianeggiante come un circuito girava tondo tondo alle case e ai condomini. Allenarsi così, la mattina, sembrava eccezionale. I punti intermedi del circuito erano quattro: un palazzone alto e disabitato, il parco giochi, il parcheggio delle macchine, l’edicola di Peppe. Si svegliava molto presto, prima dell’alba. Il cielo era ancora buio, una striscia di madreperla s’alzava dal mare man mano che il sole saliva.

Quando terminava l’allenamento, tornava a casa, si faceva la doccia, prendeva lo zaino, salutava la mamma e andava a scuola.

Una mattina però la madre aspettò inutilmente che Carlino ritornasse dall’allenamento, allora scese per strada, allarmata guardò a destra e a sinistra: la strada era vuota, i lampioni brillavano ancora.

Ripercorse a piedi tutto l’anello stradale, raggiunse un palazzone alto ma non vide niente, se non finestre infrante e cani intorno ai cassonetti dell’immondizia; giunse al parco giochi: le altalene e le scivole erano desolate, c’era freddo e s’intravedeva il mare grigio. Cominciò a sentire una grande inquietudine nel petto, pensando e ripensando a tutte le volte che aveva raccomandato Carlino a stare attento alle macchine, di non correre troppo veloce, non farla stare in pensiero. Raggiunse un parcheggio. Era pieno di auto coi vetri appannati, la brina le vestiva come un manto di diamanti.

Ma Carlino non c’era proprio.

Ormai disperata la madre raggiunse l’edicola di Peppe, e Peppe era proprio lì che stava alzando la saracinesca.

- Peppe, Peppe – gridò la donna di lontano.

Peppe si volse e vedendola correre si allarmò.

- Cosa è successo?

- Chi?

- Carlino, lo sai, corre in bicicletta e passa sempre di qua.

- Non l’ho visto – rispose l’edicolante.

- È tardi, a quest’ora dovrebbe essere a casa e  prepararsi per andare a scuola.

- Non si preoccupi, Carlino è un ragazzo in gamba, torni a casa e vedrà che a quest’ora sarà ritornato e sarà lui ad essere preoccupato per non aver trovato la mamma ad aspettarlo.

La madre allora si avviò verso casa, confortata da quelle parole, quasi quasi pensava di essere stata una stupida per aver pensato che fosse successo qualcosa, e quasi quasi si sarebbe messa a ridere, ma quando aprì la porta dell’appartamento e vide che in casa non c’era davvero nessuno, allora scoppiò in lacrime ed ebbe paura.

 

La madre raccontò tutto alla vicina di casa, telefonò al fratello, informò il marito che stava in carcere, e per l’intera giornata coinvolse il quartiere alla ricerca del figlio. Quando si fece sera,  la famiglia si riunì nel soggiono. La madre accasciata sopra la poltrona col volto tra le mani non aveva forza di dire nulla.

- È stato Ciccio Insòlia! – disse il fratello.

- Sì, è stato lui!- ripetè qualcun altro facendo seguire imprecazioni e bestemmie.

- Ma che dite, che dite! – gridò Peppe.

Intorno si fece silenzio, anzi Peppe si alzò e se ne andò. Poi anche gli altri se ne andarono, perché non potevano risolverlo il problema che era grande quanto una montagna di fuoco. Allora la madre e il fratello rimasero soli. L’uomo era su tutte le furie, dovette controllarsi. Andarono a riposarsi ma non chiusero occhio.

L’indomani la madre si svegliò di soprassalto, andò dritta dritta alla finestra. Il mare brillava leggermente come squame di pescesqualo, il cielo era viola. La stanza del ragazzo era vuota. Ritornò alla finestra, s’affacciò mostrando i capelli al vento. E lo vide. Le parve di vederlo. S’alzava sui pedali e correva curvo: la caviglia rotea perfetta, la bandana in testa, la maglietta gialla, aveva forza, grinta. Lo avevano visto in televisione al Pirata,  nella sua ultima gara al giro d’Italia, nella salita del monte Zoncolan, una salita che serpeggia come una fune legata in cima a una rupe. Il Pirata taglia l’aria, le punte dei piedi disegnano un cerchio perfetto, si stacca dal gruppo di testa, Dài Marco Dài, gridavano abbracciati madre e figlio seduti in poltrona con la pizza sopra il tavolino. Ai bordi della strada la gente lo incitava, boati di stadio, ali di folla e il vento dell’emozione lo spingeva ancora più lontano. Voleva rialzarsi, voleva mostrare di essere il più grande ciclista di tutti i tempi. Voleva mostrare di essere pulito, limpido. Simoni, Garzelli, Popovich lo raggiungono all’ultimo chilometro, Marco rimane indietro, è in debito d’ossigeno, affannato. È la sua più grande gara.  Quando raggiunse il traguardo a 43” dietro Simoni, Carlino era tutto un fascio di muscoli tesi e un sorriso sul volto, il sorriso di chi vede nascere un sogno nel proprio cuore. Alla madre sembrò di scorgere il figlio dalla finestra, lontano, pieno della voglia di liberarsi degli errori degli altri. Uscì subito di casa, si mise a correre come se le gambe non fossero più gambe ma legna secca. Raggiunse l’edicola di Peppe.

- Peppe, dov’è mio figlio? –  gridò fuori di sè.

Peppe stavolta manco si girò, che non ne voleva sapere di quella faccenda che puzzava d’alito di mortovivo.

- Una famiglia di pazzi siete, – disse – tutti quanti; se n’è andato via perché siete tutti pazzi!

La donna si sedette sul marciapiede impotente coprendosi il volto con le mani e non  sentì più la forza di rialzarsi.

 

Poi dopo alcuni mesi il corpo deteriorato di Carlino fu ritrovato insieme alla bicicletta con lo sterzo rotto e le ruote tutte storte. La polizia era entrata in un palazzo abusivo della zona e dentro uno sgabuzzino era stato rinvenuto il povero corpicino abbandonato, sporco, come un cane ammazzato per strada. La famiglia di Carlino allora si inimicò definitivamente la famiglia Insolia e aspettavano solo che il padre fosse tornato dal carcere col permesso mensile, e così avrebbe sistemato la faccenda. Il delitto non poteva rimanere impunito, dicevano, perché Carlino era come se vivesse ancora tra di loro, e li guardava con gli occhi grandi come ce l’aveva solo lui, dalla mattina alla sera, e chiedeva conto e ragione della breve esistenza, lui che era stato un bambino che sognava il giro d’Italia ma la vita che correva intorno non aveva regalato né sogni e neanche speranze.

Così la madre s’alzò da tavola.

Era sera, sembrava già primavera.

Erano tutti presenti, mangiavano la caponata coi peperoni.

- Io vendetta non ne voglio, non era uno di voi – disse, e se ne andò nella stanza da letto e si mise a piangere lacrime di pietra. Quelli intorno al tavolo invece si guardarono in faccia, ridacchiarono un po’ e continuarono a ungersi le dita strofinando il pane nella salsina.

Una Risposta a “Il giro d’Italia”

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